Tempo di ninna nanna
Da qualche giorno siamo arrivati a Noluakuri, il piccolo villaggio in cui sorgono due grandi case gialle.
Siamo lontani dall’inquinamento e dal rumore della capitale, lontani dalla vita pulsante di 36 milioni di persone, lontani dall’abbruttimento di una vita nel kaos. Qui siamo vicini alla foresta, le strade che conducono alle case dei tokai non sono asfaltate, camminiamo su piccole vie o lungo gli argini delle risaie. Le donne ci sorridono, mentre portano sacchi di riso sulla testa, sembra che siano molte di più di quelle che abbiamo incontrato in città. Alcune spazzano lungo le piantagioni di banane, utilizzando delle scopine fatte con degli arbusti secchi (ma anche morbidi). Le mucche e le capre fanno da sfondo perenne alle nostre passeggiate e non si curano della rumorosa presenza del nostro numeroso gruppetto. Sembra che il tempo si sia fermato. Penso a noi con le nostre agende programmate al secondo, agli incastri per passare del tempo di qualità con gli amici o addirittura con i figli e mi chiedo se la più importante e dolorosa vittoria del capitalismo sia stata quella di aver reso il nostro tempo, così prezioso, un capitale da sfruttare. Che forse qui hanno molto poco, ma il tempo ancora gli appartiene.
Riccardo aveva scelto di costruire queste due case lontano dalla città, le ferite dell’abbandono hanno bisogno di rimarginarsi in un luogo sicuro, silenzioso, in cui possano risuonare e amplificarsi le risate di questi bambini.
Stasera mentre cantavo la ninna nanna ad Ayan, 5 anni, e gli accarezzavo il naso mentre si addormentava, ho pensato che non avrei voluto essere altrove. Stare qui mi riorienta sempre, sia come madre che come educatrice ma soprattutto mi ricorda quali sono i punti di me stessa su cui devo lavorare per diventare la persona che voglio essere. Quello in cui credo, quello che sogno, quello in cui spero.
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