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Clacson e Dacca

 È la nostra ultima sera con Denise e Gaetano in questa prima tappa del viaggio.  Mattia finalmente sembra stare un po’ meglio: è come se, lentamente, si stesse ricomponendo il nostro piccolo gruppo, quel pezzettino mancante che aspettavamo per sentirci davvero completi. Sappiamo che stanno arrivando cinque ragazze, le Tokai di padre Riccardo. Tra loro c’è anche Sara, l’ultima che lui ha adottato quando aveva un anno e mezzo: ora ne ha otto, e porta con sé una dolcezza silenziosa che ti entra subito nel cuore. Dopo una doccia rilassante scendo al piano di sotto e le trovo già arrivate. Sono tutte raccolte attorno a Evita, ridono e parlano tra loro in inglese, leggere, spensierate. Appena mi vedono, succede qualcosa che non mi aspettavo: una ragazza mi corre incontro e mi abbraccia. Si chiama Farzana, scopro poi che ha diciotto anni. Il suo gesto spontaneo, così naturale e sincero, mi scalda il cuore. È un calore umano che non mi aspettavo di trovare così, all’improvviso. All...

Un sogno che si realizza

Siamo arrivati. Finalmente. Scrivo queste righe con ancora addosso l’emozione dell’atterraggio, come se la realtà non avesse ancora fatto in tempo a raggiungermi. Questo viaggio lo desideravo da anni, ma solo ora mi rendo conto di quanto mi servisse davvero. È come se avessi superato una soglia dentro di me: le paure, i limiti, tutti quegli “non ce la farò” che mi ripetevo… sono rimasti a casa. Sono qui. E ce l’ho fatta. Ripenso spesso a quanta fortuna ho avuto ad incontrare Evita. È impossibile non pensarlo ogni volta che trascorro del tempo con lei. Per me è un dono, uno di quelli che senti che la vita ti mette tra le mani quando vuole farti un regalo. Siamo atterrati venerdì mattina e fin da subito l'impatto è stato notevole e immediato: tre ragazze occidentali in mezzo a un mare di bengalesi appena sbarcati. Eppure, tra le mura povere dell’aeroporto e un minuscolo infopoint, quello che ho sentito più forte è stato un senso ospitalità, gentilezza. Un calore umano che ti togli...

L'armatuta.

 I miei racconti sul Bangladesh sono caratterizzati da alcune narrazioni su alcune fatiche specifiche: lo sporco, i letti che sono assi di legno, il pesce che sa di fango e le zanzare. Le zanzare bengalesi quasi non le vedi, ma loro vedono benissimo te. Hanno il potere di infilarsi nella zanzariera posta sopra il letto mentre tu la stai rotolando, riescono a pungere sotto i tessuti e se non ci riescono pasteggiano voracemente con i centimetri di pelle scoperta che trovano. Per le notti bengalesi ho istituito l'armatuta, indosso i pantaloni, le calze, una maglietta a maniche corte e sopra una felpa, mi infilo nel letto con il cappuccio sul capo e mi fascio il viso con una sciarpa. Lascio scoperti solo gli occhi. Finita la vestizione faccio una piroetta e una preghiera all'universo affinché mi faccia riposare almeno qualche ora. Le zanzare mi osservano, non le vedo, ma sento l'odore della sfida nell'aria. Spengo la luce, accendo la musica per addormentarsi (potrei dedicar...

La fine di un'agonia

 Come tradizione, allo scoccare delle ferie, mi ammalo.  Martedì inizia a venirmi la febbre, mercoledì sto male, giovedì partiamo.  Quando non sto bene ho bisogno di spegnere il mondo e mettermi a letto, invece questa volta mi imbarco per l'altro capo del mondo. Ho dovuto diverse volte, non lo nego, ripetermi perché lo stessi facendo. Ho sperato, confesso, di non dover dar ragione a mia madre, la quale mi suggeriva di posticipare il volo. Alla febbre si unisce mal di gola e tosse: mi trascino tra gli aeroporti, comunico a versi e cenni del capo, sogno il mio letto caldo. Voglio tornare indietro nel tempo e rispondere a Noemi, che ci ha accompagnato in aeroporto, che si, ritorno a casa con lei.  Ma ormai siamo arrivati, è venerdì. Il nostro itinerario è stato riprogrammato per concedermi uno o due giorni di riposo. Denise e Gaetano ci accolgono nella loro reggia. Il jet lag mi disorienta, riposo ma non dormo. Prendo tutti i farmaci che non ho preso nella mia vita, del...

Di fiori e manguste

 Khulna. Io mi sento molto bene qui, la città è infinitamente più piccola della capitale e mantiene quei tratti tipici del Bangladesh. I risciò dai multicolori che sfrecciano tra la strade, i tre ruote con disegni sgargianti, le mucche che camminano sui marciapiedi come bravi pedoni. Le mucche sono molto magre, rubacchiano qualcosa dalle ciotole dei venditori ambulanti di cibo. Qui in qualche modo tutti imparano a sopravvivere. La casa dei saveriani è circondata da un grande giardino molto curato. Ho visto subito due manguste. Le manguste, simbolo della presenza dello zio, memorie dei racconti di quando ero bambina. Riccardo amava raccontarmi la storia della sua mangusta addomesticata, che lo aiutava a proteggersi dai serpenti quando viveva nei piccoli villaggi. C'è una sua foto, giovane e bellissimo, con la sua mangusta accanto al viso. Io non sono credente, ma la spiritualità si respira in ogni angolo. I saveriani hanno storie incredibili di dedizione. Fare del mondo un'unica...

Primi giorni a Dacca

 Siamo arrivati in Bangladesh venerdì mattina, l'impatto con l'aeroporto è sempre forte: si arriva dallo scalo  di Doha in cui si possono ammirare giardini, marmi e grandi vetrate a quello internazionale di Dacca, dove al massimo si trova un piccolo duty-free che vende giusto qualche bottiglia di alcolici. Le pratiche per fare il visto in entrata sono curiose, un ragazzo che lavora lì ci ha aiutato, traducendo in bengalese, grandi sorrisi e poi ci ha abbandonato per andare a fare un giretto non specificato. Ci siamo districati tra le scritte fino a comprendere che la nostra uscita per il controllo dei passaporti è quella riservata ai diplomatici. Abbiamo passato una buona oretta ad attendere i bagagli, sul nastro trasportatore è possibile osservare una grandissima quantità di scatoloni contenenti (forse) friggitrici ad aria,  trapani, vestiti, biscotti di marchi occidentali. E' curiosa la scelta che i bengalesi compiono quando rientrano a casa dai luoghi in cui vivono, se...

Dal lago di Garda al Bangladesh

Perché il Bangladesh?  E' una domanda che spesso mi viene posta, quando parlo della mia esperienza con i bambini di strada tokai del Bangladesh. Forse perché è un paese poco noto, recente e molto molto piccolo. Forse perché nell'immaginario occidentale europeo ad essere veramente bisognosi sono i depredati Paesi dell'Africa. Il Bangladesh è per me una storia di famiglia, di immagini e racconti che mi accompagnano da quando sono nata. L'albero che è stato piantato per la mia nascita è stato portato dalla mia nonna Rosa, di ritorno dal paese asiatico, dopo un periodo trascorso a trovare suo figlio, mio zio, Riccardo. Riccardo Tobanelli, mio zio (quasi gemello di mio padre), ha passato quarant'anni della sua vita in Bangladesh, in veste di missionario saveriano ad occuparsi principalmente dei bambini di strada, costruendo case famiglia, centri diurni e scuole affinché i bambini potessero trovare accoglienza e risposta ai loro bisogni primari. Ma da dove vengono questi...